![]() |
N°16 The Undertaker
Diciamoci la verità. Pirandello è proprio complicato. Che poi chiunque abbia studiato qualcosa di scientifico dopo Heidegger lo ha sempre saputo. La realtà oggettiva non esiste. Anzi, la percezione personale modifica in continuazione la realtà. I fotoni, ad esempio, in parte sono riflessi dall’occhio e colpiscono gli oggetti circostanti, bombardandoli e modificandoli. Che poi il Pira Pira ‘sta storia se la sia giocata in campo sociale, vincendo pure qualche discreto premiuccio a livello mondiale… beh…
È una storia complicata per cui non sei tu che hai una tua personalità, ma sono gli altri che pensano di te qualcosa e ti definiscono, per cui in questo rimpallarsi, “come mi vedi”, “io ti vedo così”, rischi che gli unici che hanno un briciolo di oggettività siano i ciechi. Eppure anche la cecità acuisce gli altri sensi. Ed allora… “come odoro ?”, “io ti odoro così”. Povero Chiarchiaro che puzzava di malaugurio. È una realtà che si costruisce su dicerie. Pare di citare il sommo Virgilio. La diceria, l’infamità.
Mah… a starci a pensare viene il mal di testa. Al tempo dei greci ad esempio, questi marpioni un po’ culattoni l’avevano gia intuita. Ma nella loro etica “pippaiola” erano riusciti a dare forma al problema: il teatro. Gli attori di teatro non erano tanto ben visti…gente di malaffare pronta a farti credere tutto e tutto il contrario, quando erano sul palco indossavano una maschera. Una maschera. Un volto distorto. La “persona”. Non è incoraggiante pensare che il termine “persona” nasca in origine per identificare semplicemente una apparenza. Ma poi mi chiedo se veramente ci sia la dicotomia tra essere ed apparire. Mi chiedo se veramente le due cose non coincidano e se quindi, tutte le cavolate che diciamo del tipo “io appaio così, ma sono diverso”, “io non sono quel che vedi” e minchiate varie, non siano solo una enorme presa per il culo. Perché uno dovrebbe apparire diverso da quello che è? Uno stronzo è uno che appare tale, ma che in fondo in fondo non fa nessuno sforzo per essere diverso. Una leggenda è una leggenda subito, non appare leggenda, lo è.
E tra un buono ed un cattivo, un cowboy ed un indiano, un nero ed un ragazzo di colore, quanta apparenza c’è nel concetto che esprimono queste parole. Ed un buono è un buono, un colored è nero ed un indiano fino a “soldato Blu” era un figlio di buona donna che amava il taglio skin dei suoi avversari… oggi è un po’ diverso. Roba che rimpalla di bocca in bocca, e che si definisce su dicerie, sentito dire e malversazioni… roba che alla lunga diventa una leggenda, tipo il pelide Achille o Ercole. Tipo gli amanti della Borgia o la religiosità di Carlo V. Tipo un gol del Pibe all’Inghilterra, tipo un pugno a Foreman in Uganda. Roba da leggenda.
E di leggenda parliamo. Perché di leggenda parliamo. Niente spade o Idre, niente veleni o capitali, niente conti di 10 e coppe del mondo. Parlamo di una leggenda di nome Undertaker. Mak Callaway. La leggenda del Wrestling.
Era il 1990, di novembre e ricordo che masticavo amaro per quel che il Pibe ci aveva inflitto in una calda sera d’estate. Allora non ne avevo tanti di problemi, qualcosa a scuola, qualche “maschietta” a cui pensare, ma nulla di più. Poi le S.S. e lì Callaway si fece conoscere. Bianco in faccia. Alto una quaresima. Con due spalle da camionista, gente abituata a sterzare quei dischi volanti che chiamano sterzi con la leggiadria si un rinoceronte. E diamine… non faceva molta paura… troppa confusione. Poi il ring. domina. Mai visto nulla di simile. E la mazzata. Sto figlio di buona donna cammina sulle corde! Cammina sulle corde! Poi la tombstone.
Oggi ne sono passati quasi 4 di lustri. E ancora non mi capacito che questo tipo abbia pure un nome vero. No dai… Undertaker… una maschera? Una Gimmick? Ma scherziamo? Mark, chi? Ma fatemi il piacere. Questo è leggenda. L’avrò visto mille volte fuori al backstage, fuori dalla maschera, ma non lo sopporto. Lui è il becchino e basta. No, no non ascolto ragioni. Questo è un essere soprannaturale che alla soglia dei 45 riesce a tenere il main event almeno 8 volte su 12 in tutti i PPV. Ma scherziamo? A 43 anni suonati conduce il match come un qualunque 25enne. No non credo sia umano. Intendo dire. Indurain, leggenda del ciclismo, aveva i polmoni di 1 litro più grandi del normale. E questo non è umano. Alì, aveva la velocità di un peso leggero in un corpo da massimo, e questo non è umano. Maratona, benedetto lui e maledetto nel 1990, aveva il collo del piede doppio rispetto al normale, e questo non è umano. L’alieno aveva … beh… ehm… era l’alieno e basta.
Ma cosa ha Mark? Ed è qui che la maschera, la persona si fonde con l’essenza. Lui viene veramente dalla Death Valley. Lui no è l’ultimo gimmick hero, lui è un becchino di 2,08.
Certo deve molto a Paul Bearer. Gli deve molto. Ma oggi solo capiamo la grandezza di una leggenda. Mark ci è diventato quel giorno di novembre del 1990, mostrando al mondo qualcosa in cui credere veramente. Non importa se face o heel. Non è importante. L’essenza di Undertaker è nella totale ed inscindibile fusione tra essere ed apparire. Solo a lui infatti viene perdonato di avere moglie e figli. Il pubblico lo sa, ma vuole il becchino. Ed è disposto a credere che lui sia il becchino. Non importa quel tatuaggio sotto il collo. Quasi a strangolarlo. Il pubblico lo ama perché è il becchino. È credibile. È sempre credibile. Tutto gli si perdona perché solo lui è da 18 anni il più grande atleta professionista in continuità ed in qualità. I suoi match sono leggendari quasi come quelli di Austin. Con l’unica differenza è che Austin è quello che vedi. Lì, in pratica , no. Perché lui non fa il becchino di lavoro… eppure è un becchino. È una sottile differenza che fa di Mark il più grande al pari di Flair. Ma la cosa che è più strana è il suo modo di essere divino. È puro silenzio. Non alza mai la voce e si impone quando deve. Non ha la pubblicità di Flair, non è reclamizzato dai colleghi, eppure è una eminenza grigia che si aggira per la lockeroom ed aleggia. Finora ha garantito a smackdown! Una aura di incorruttibilità politica assolutamente impossibile a raw. Booker T lo ha confermato esprimendosi aspramente il giorno dopo la dipartita verso altri lidi. A smackdown! Si sta meglio. Ed io aggiungo. C’è un Dio soprannaturale lì. Non una semplice persona, non una maschera, ma un Divo vero e proprio che lancia il nuovo e non lo affossa. Ma quanto è difficile essere invincibile? Rischi di vincere e stufare. Rischi di distruggere chiunque sia messo in book con te. Ma qualcosa funziona sempre nel becchino. Datemi retta. Non è il fumo, non è la luce blu. Ne quelle mossette da essere superiore, da non morto. Non sono le orbite ribaltate. È qualcosa che va oltre.
Ultimo Raw di Flair. Entrano uno dopo l’altro le superstars. Da Cm Punk a Harley Race. Poi HHH, poi HBK che ha il dono di aver tirato l’ultimo strattone. Poi… poi è un fuori show. La gente sullo stage si apre neanche fosse Mosè con il mar rosso. Entra lui. Solita storia. Solita entrata. Entra la persona. Poi il ring. e l’abbraccio. Undertaker non è solo l’ultimo ad entrare per motivi di show. Non è tagliato perché la gimmick è preponderante. Il becchino entra per ultimo perché lui è la WWE più di ogni diavolo di McMahon. Lui non se n’è mai andato. Lui ricorda l’arrivo e l’uscita di tutti i più grandi. Lui è l’ultimo degli immortali. L’ultima icona di uno sport che si è trasformato in palcoscenico. L’ultimo Dio di una generazione che muore a metà degli anni ’90. finisce lì. Solo lui rimane. E quell’abbraccio vale un sogno di un uomo divenuto eterno.
È lì la sua grandezza. È il cerimoniere, sacerdote e essere divino di una religione che consacra il ring come un altare e lo innalza a commozione ad ogni passo lento. Egli cerimonia il wrestling investendolo di un aura che parifica uno sport intrattenimento alle leggende del football, a quel Monday night, alla leggenda del Superball. Undertaker, il becchino, Mark è l’uno di Plotino. L’incommensurabile innominabile, che attraverso il tempo si è fatto motore immobile Aristotelico, ragione unica di uno show che fonde l’estrema capacità atletica, una innaturale preponderanza fisica, una eccezionale prestanza, ed una maschera.
Oggi abbiamo una fortuna inaudita. Perché a volte anche le leggende sono stanche. Si cresce. Magari poi non è così male fare altro. E siamo fortunati. Perché Mark non si è ancora stancato. È lì ogni santo venerdì che Dio concede. È lì a sparare promo sempre uguali, ma straordinari. Incancellabili nel tempo. Lui c’è. Godiamocelo Mark. Perché alla fine andrà via pure lui. Finirà la corsa e potremo solo invocare l’ennesimo ritorno che non ci sarà. Compiangere i tempi belli e la striscia a WM. Compiangeremo tutto.
Godiamocelo Mark.
Luci basse. Luce blu. Fumo. Entra a passo lento. Conta i passi. Poi il ring, uno
scalino alla volta. Fiat Lux. Mark Callaway. The undertaker.
Theme
That’s Showtime