Nº2 Real American (Parte 1)

Alla parola "America" vengono alla mente una miriade di immagini archetipiche, che vanno da quelle più nitide, relative allo Zio Sam, ai supereroi dei fumetti, alla Statua della Libertà o alle spiagge della California, a quelle più rarefatte, come le immagini cumulative legate al consumismo e alla propaganda politica, alle teorie complottiste e alla guerra fredda, al divismo e ad Hollywood, ai telefilm e alle televendite, alla musica rock e così via.

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ARCHETIPI E IMMAGINI ARCHETIPICHE
Ho detto "vengono alla mente", ma avrei anche potuto dire "vengono alla coscienza" in quanto la teorizzazione junghiana, oltre a trattare degli archetipi veri e propri, che sono latenti e inconsci, si è occupata anche delle immagini archetipiche, che sono le manifestazioni di questi alla coscienza.
Pur non potendone conoscere l'intima natura, Jung constatò che tali immagini si manifestavano, oltre che nei sogni, anche nei deliri degli psicotici, le cui visioni erano popolate di simboli e significati del tutto analoghi a quelli degli antichi miti religiosi (di cui gli psicotici ignoravano l'esistenza).
L'unica conclusione possibile era postulare l'esistenza di simboli universali indipendenti dall'esperienza individuale.

In virtù di ciò, all'inconscio personale andava ad aggiungersi la nozione di "inconscio collettivo".
Gli individui appartenenti ad una stessa collettività, cioè, sembrano ricevere in eredità un certo tipo di informazioni. Tant'è che gli archetipi paiono rafforzarsi o indebolirsi a seconda del periodo storico e a seconda della stimolazione delle fantasie popolari, al punto da venire continuamente rielaborati dalle società umane, fino a manifestarsi anche in veste di fantasie (rivelando spesso la loro presenza per mezzo di immagini simboliche).
Così, la sopravvivenza degli archetipi in epoca moderna e contemporanea è legata anche agli esiti della comunicazione di massa: un film di successo, un romanzo best-seller o una trasmissione televisiva molto seguita possono giocare un ruolo importante nel ravvivarli o nell'indebolirli.

Volendo semplificare, si potrebbe quasi dire che l'archetipo vero e proprio sta all'inconscio collettivo come le immagini archetipiche stanno all'immaginario collettivo.
Per capire quali sono le immagini relative all'America che più vanno a colpire la fantasia popolare e a costituire l'immaginario collettivo, si pensi a qualche "icona pop".
In questo e nel prossimo numero di "Wrestling & Culture", vedremo come la figura di Hulk Hogan, la celebre pop icon, sia in grado di racchiudere tutta la storia, le ambizioni, i sogni e le speranze d'America, dall'epoca dei coloni fino al nuovo millennio.

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0LO ZIO SAM, L'IRLANDA E L'INCREDIBILE HULK
Hulk Hogan, il lottatore più famoso di tutti, proveniente dalla California, è alto, biondo, muscoloso e abbronzato, ma non è un sex symbol. Forse per via di quell'aria da zio? E poi con quel nome, Hogan, che ha un'eco irlandese... È un caso?
Secondo una teoria, lo Zio Sam è una figura creata dagli irlandesi emigrati negli Stati Uniti, così che "SAM" sarebbe l'acronimo in gaelico di "Stáit Aontaithe Mheiriceá", che significa Stati Uniti d'America (si tratta solo di un'ipotesi alternativa mai confermata, ma tuttavia estremamente interessante).
Se Hogan è un nome irlandese (e del resto di nomi "americani" non ce ne sono, dato che si tratta comunque di coloni britannici), Hulk è il soprannome che venne affibbiato al lottatore dai fans allorquando il Nostro venne invitato ad un talk-show insieme all'attore Lou Ferrigno, il culturista che interpretava l'Incredibile Hulk nell'omonima serie televisiva. Colpiti dalla somiglianza tra i fisici dei due energumeni, gli appassionati di wrestling, come detto, iniziarono a soprannominare il lottatore "The Wrestling Hulk".

Ispirandosi palesemente all'eroe dei fumetti (ed ora anche dei telefilm), Hulk Hogan prese a strapparsi la maglia quando saliva sul ring. Ma non solo. Nei suoi incontri, Hulk sembrava seguire proprio lo stesso copione di Lou Ferrigno: iniziava a subire fino a quando, "verde dalla rabbia", si rialzava. Da quel momento era invulnerabile ai colpi dei nemici, che volavano per aria sbatacchiati come dei pupazzi.

Una curiosa coincidenza accomuna infatti l'Incredibile Hulk all'Irlanda: il colore verde.
La pelle del supereroe dei fumetti era inizialmente grigia, ma a causa di problemi tipografici, si decise di cambiarne il colore. Alla fine si optò per il verde, che pare fu suggerito proprio dal modo di dire "diventare verde dalla rabbia".
Quanto all'Irlanda, invece, si consideri che il verde trifoglio – la gradazione del colore presente nella bandiera e rappresentativo di molti paesaggi dell'isola – divenne un simbolo molto sentito nei Paesi con minoranze irlandesi, specie negli Stati dell'est degli USA (per molti anni a New York, nel giorno della Festa di San Patrizio, patrono d'Irlanda, il fiume Hudson venne addirittura tinto di verde; ma a tal proposito i riferimenti culturali, folkloristici e popolari sono molti: basti pensare, ad esempio, alla squadra di basket dei Boston Celtics. Ma di Boston e del Massachusetts si dirà poi).
Se dunque, da un lato, il legame tra l'Incredibile Hulk è l'Irlanda non è diretto, dall'altro è innegabile che tanto il nome Hulk quanto il nome Hogan rimandano, a modo loro, al colore verde.

Ad ogni modo, se strapparsi la maglia è un gesto che rimanda direttamente al supereroe della Marvel, non si può non menzionare un altro noto gesto di Hulk Hogan, tratto questa volta dal celebre manifesto dello Zio Sam: quando Hogan punta il dito in direzione dell'avversario esclamando "YOU!" all'indirizzo di questi, è innegabile il riferimento (oltre che il messaggio subliminale) al manifesto di reclutamento nel quale lo Zio Sam punta il dito verso la gente recitando lo slogan "I WANT YOU" (frase completa: "I WANT YOU FOR U.S. ARMY"), che, in definitiva, sarebbe anche il significato del gesto di Hogan, che sta, appunto, per "E adesso tocca a te! È il tuo turno! Voglio te!".
E, non a caso, fu proprio la connotazione para-politica che assunse il wrestling in quegli anni a trasformare il personaggio di Hulk Hogan da un irlandese tracotante e vanaglorioso (perchè era proprio questa la sua precedente "gimmick" da lottatore, così che il riferimento del nome Hogan all'Irlanda non era neppure così forzato e casuale) ad un eroe americano, un paladino impegnato a combattere i nemici della nazione.

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IRANGATE, SLOGAN ELETTORALI E MUSIC TELEVISION
Divenuto un redivivo Zio Sam, Hogan passò dall'essere il paladino dei soli irlandesi-americani all'essere un vero eroe nazionale, o meglio un super-eroe, chiamato a vincere la guerra fredda a suon di cazzotti. Non pago della popolarità raggiunta grazie alla grande eco dovuta al personaggio di Lou Ferrigno, infatti, Hulk Hogan cominciò a farsi chiamare addirittura "Incredible" Hulk Hogan, ed è proprio con questo nome che vinse il suo primo titolo. E lo fece ai danni dello Sceicco di Ferro, The Iron Sheik, così chiamato per via del gioco di parole tra "Iron" ed "Iran", suo Paese d'origine.
Che l’Iran fosse il Paese d’origine dello sceicco, era confermato anche dal suo slogan "Iran no.1!" che, pronunciato "iràn nàmber uàn", sembrava quasi uno sfottò agli slogan elettorali americani, quali ad esempio il celeberrimo "I like Ike" usato per la campagna alle presidenziali di Eisenhower.
A tal proposito, si ricordi anche lo slogan del manager di Dino Bravo, il canadese Frenchy Martin, che recitava, sempre in rima, "U.S.A. is not OK!". Il manager dello Sceicco, invece, si faceva chiamare in quegli anni "Ayatollah", rimandando evidentemente all'Ayatollah Khomeini, nemico numero uno degli Stati Uniti all'epoca del famoso Irangate, iniziato con la rivoluzione popolare del '79 che rovesciò il regime progressista e filo-occidentale dello scià Reza Pahlawi per fondare una repubblica islamica retta dagli ayatollah (le guide spirituali dei musulmani sciiti) e governata secondo una rigida interpretazione tradizionalista del Corano.

Se i movimenti religiosi radicali conquistarono molto spazio nei paesi del mondo arabo, fu anche grazie alla Libia del Colonnello Gheddafi, che pure attuò un colpo di stato per rivendicare una politica più indipendente dalle forze occidentali, fino diventare un punto di riferimento per tutti quegli estremisti arabi che praticavano la lotta armata contro Israele e il mondo occidentale. L'ONU, grazie soprattutto alle forti pressioni provenienti dagli Stati Uniti, condannò la Libia all'isolamento internazionale... come si può desumere vedendo il videoclip di Hulk Hogan.

Sconfitto lo Sceicco e divenuto il nuovo campione del wrestling, Hogan fu protagonista di un videoclip, "Real American", brano realizzato insieme a Rick Derringer (cantante e chitarrista giunto agli onori della cronaca col disco "All American Boy", nonché futuro autore della theme song dei Demolition) e il cui refrain recitava: "I am a real American / Fight for the rights of every man / I am a real American / Fight for what's right / Fight for your life".
In questo videoclip, mandato incessantemente in onda dalla Music Television (MTV), Hogan fa sfoggio di una disinvoltura da vera rockstar. Lo vediamo infatti suonare la chitarra elettrica mentre sullo sfondo campeggiano in sequenza le emblematiche immagini della bandiera americana, della Statua della Libertà, del Monte Rushmore (col faccione di Hogan inserito insieme a quelli dei Presidenti...) e del Monumento a Washington, solo per citarne alcune. E, a coronare il tutto, c'è forse quella che è la sequenza più eloquente: mostrata col montaggio alternato insieme a diversi spezzoni di incontri in cui i colpi dell'Hulkster si abbattono sui perfidi rivali (tra i quali non poteva certo mancare il russo Nikolai Volkoff), si vede un Hulk Hogan verde dalla rabbia che strappa la foto di Gheddafi... per poi strapparsi anche la maglia mostrando il crocifisso.


Andrea "eskimofz" Corona